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12 grammi di alcol

 

Consumo alcol per regione

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Percentuali alcol uomini e donne

Percentuali alcol uomini e donne

 

Alcol e guida

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Un Codice Rosa per Verona libera dalla violenza contro le donne

Un Codice Rosa per Verona libera dalla violenza contro le donne

La maggior parte delle Violenze contro le donne è causata dall’ABUSO DI ALCOL. E’ vivere questo?

Dedicata a tutte le donne.

Dedicata a tutte le donne.

 

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la violenza contro le donne rappresenta la prima causa di morte per le donne fra i 25 e 44 anni di età.

Intimidazione

Lui mi ama tanto, mi dice che sono il suo ossigeno, che sono sua, mi fa sentire importante, ci tiene a me, è geloso di tutto e di tutti, ma si arrabbia se non gli ubbidisco.

Isolamento

Mi impedisce di vedere le mie amiche, i miei parenti. Lui si arrabbia se voglio ucire, non vuole che lavori, mi impedisce di fare quello che mi piace.

Svalorizzazione

Mi insulta, mi prende a male parole, anche davanti agli altri. Si comporta in modo da farmi star male: mi dice che sono stupida e una buona a nulla. Faccio di tutto per accontentarlo e farlo felice, ma non sempre ci riesco. Mi sento in colpa e frustrata. Sento che non valgo niente.

Umiliazione

Lui mi mette in imbarazzo, mi umilia, mi offende anche di fronte ad altre persone, mi dice che sono una sgualdrina.

Oppressione

Alterna in continuazione il suo umore, qualsiasi cosa faccio si arrabbia, reagisce aggredendomi anche per delle stupidaggini. Mi opprime, mi sento in gabbia, intrappolata in una ragnatela, alla sua mercè.

Controllo e Persecuzione

Mi segue, mi controlla, mi opprime, dubita continuamente della mia fdeltà, mi chiama in continuazione per sapere cosa faccio, dove sono e con chi sono, è ossessivamente geloso. Mi controlla il cellulòare, gli scontrini, le tasche dei pantaloni e delle giacche. Chiama le mie amiche o sul lavoro, qualsiasi cosa io gli dica non mi crede.

Violenza fisica

Mi prende a schiaffi, mi tira degli oggetti addosso colpenomi, ha cercato di strangolarmi e soffocarmi.

Violenza sessuale

Mi costringe a fare sesso in un modo che non voglio, umiliandomi, anche quando gli dico che non mi va, che non mi piace.

Ricatti, Minacce, Confusione

Ho paura di perderlo, ho paura del suo comportamento, ho paura di dire qualche cosa che lo fa arrabbiare, ho paura di rimanere da sola, minaccia di fare del male ai figli o di portarmeli via. Mi ricatta e mi sento impotente.

Dipendenza economica

Mi controlla fino all’ultimo centesimo, non mi dà i soldi necessari per me e i miei figli.

False rappacificazioni

Poi lui mi ha chiesto scusa, mi ha promesso che non lo farà più, che cambierà, che si farà aiutare. Mi dice che è nervoso, per il lavoro, per i soldi, ma che senza di me non può vivere, che sono tutta la sua vita, che se lo lascio lui non ce la fa e non sa come potrebbe reagire…. mi ha riempito di attenzioni, è stato dolce e romantico con me…. anche a letto è stato belissimo. Mi ha fatto un regalo stupendo per farsi perdonare, ma io lo avevo già perdonato.

Per queste vittime la rassegnazione e il silenzio appaiono le uniche risposte possibili. Ma non è detto che sia così.

MOLTE DONNE CE L’HANNO FATTA.

 

E’ violenza anche quando…..

….continua dopo una separazione, dopo che si è interrotta una relazione, sotto forma di atti persecutori, di minacce, di appostamenti, continue telefonate e sms. Nella maggior parte dei casi si tratta dell’ex fidanzato, convivente, marito, ma anche un uomo o una donna con cui si è avuta un relazione fugace, o una persona appena conosciuta che pretende di avere una relazione con te.

 Tutto ciò ha un nome che anche la legge riconosce come reati (L. 38 del 23 aprile 2009):

atti persecutori – o stalking – cioè un insieme di comportamenti indirizzati ad una persona conosciuta o sconosciuta, che inducono chi li subisce in uno stato di soggezione o grave disagio fisico o psichico.

Non sei sola.

Liberarsi dalla violenza, dalle minacce, dalla persecuzione, dalla dipendenza, dai ricatti, dalle umiliazioni, dalle false promesse, dalle scuse e dalle menzogne non è un percorso facile. Esistono tanti motivi per rimanere in una relazione anche se violenta. La casa, il giudizio degli altri, la paura di rimanere sole, la paura di una violenza ancoa più grave e spietata, la paura di perdere i figli o di quello che potrebbe accadere a loro, il presunto amore, la dipendenza psicologica: tutti motivi reali che fanno rimandare ogni decisione di spezzare le catene.

Al dolore ci si abitua. Si diventa bravissime a sopportare tutto, le umiliazioni, i ricatti, le violenze. Ci si abitua a sperare, ad accontentarci, a sopportare e a vivere quei pochi momenti in cui ti iludi di sentirti amata, di essere esclusiva, di riucire a cambiarlo.

Il senso di impotenza che provi ogni volta che hai cercato di ribellarti senza riuscirci, ti opprime sempre più arrivando a rassegnarti o illuderti che poi le cose non sono così tremende. Forse non hai più neanche la stima di te stessa, e credi di non meritarti una vita con un pò di vera felicità, di rispetto, senza quell’uomo.

Sono tante le donne che escono dal tunnel, donne che con difficoltà raccolgono i pezzetti di ciò che rimane della loro vita e della loro dignità e ricominciano da capo. A volte hanno una famiglia alle spalle che le aiuta e le sostiene anche materialmente, a volte ce la fanno da sole, mentre altre volte sono completamente isolate e rinnegate da tutto e da tutti. In questi casi è possibile farsi aiutare da un centro antiviolenza, dalla polizia, dai servizi sociali, tutti insieme con un unico fine: uscire dalla violenza.

Progetto Codice Rosa

Il progetto Codice Rosa è promosso dalla Consulta delle associazioni femminli di Verona, in collaborazionecon il Comune di Verona – Assessorato alle Pari Opportunità (vedi link alla pagina “siti amici”).

L’obiettivo è promuovere iniziative volte a prevenire e a combattere la violenza contro le donne, nonchè a proteggere chi è già vittima di violenza e di maltrattamenti, con una serie di interventi concreti.

Codice Rosa vede il coinvolgimento di istituzioni pubbliuche e di organismi privati (forze dell’ordine e polizia municipale, operatori sociali e dell’associazionismo, operatori sanitari) che attraverso un’efficacie e permanente rete di collaborazione si relazionano tra loro, definendo interventi coordinati di prevenzione e sostegno alle vittime di violenza; promuove l’elaborazione di strumenti di informazione e sensibilizzazione rivolti alle donne ed agli operatori, oltre a iniziative formative ed informative destinate agli operatori coinvolti a livello provinciale.

Cosa puoi fare?

Rivolgiti ad un Centro antiviolenza che si avvale di personale qualificato nella gestione delle problematiche legate alklka violenza e maltrattamento. Un Centro antiviolenza pùò essere un’alternativa concreta, la possibilità ndi ricominciare a vivere, di liberarsi dalle catene di chi ha sempre voluto decidere per te e che vuole continuare a controllarti e a esercitare un potere su di te: solo la tua decisione di liberarti dalla violenza potrà essere l’inizio della fine.

Numeri utili

  • Centro antiviolenza Petra : numero verde 800392722
  • Telefono rosa : 045 8015831
  • Numero verde antiviolenza : 1522
  • Prefettura : 045 8673411

 

(Articoli tratti dall’Opuscolo “Un Codice Rosa)

 
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( Tratto da “Frate Indovino” Marzo 2013)

Il mito odierno dello “stile di vita” ha cancellato dalla nostra mente la capacità di utilizzare appieno le risorse di cui disponiamo, proponendo come indicatori di importanza sociale l’acquisto incessante ed il continuo spreco, di cui ci vantiamoe che ci premuriamo di esibire. Per riscoprire la sobrietà, bisognerebbe smascherare la vacuità di tante cose che riteniamo essenziali, ma senza le quali potremmo vivere anche meglio. Ogni volta che c’è una novità sul mercato tecnologico, si creano lunghe code di ore e ore, alla ricerca non del necessario, ma del superfluo.

Quando gli studenti, traducendo qualche versione o leggendo Dante, si imbattono negli elogi della sobrietà degli antichi, sbadigliano spaesati come se fossero sbarcati su un altro pianeta.

Molti di loro non sanno neppure il significato di questo termine; quasi tutti noi poi lo fraintendiamo, identificando erroneamente la capacità di limitare le proprie esigenze e di accontentarsi del poco con la miseria, o peggio ancora con la taccagneria.

In nome dello “stile di vita” uno dei più vuoti e insulsi fantasmi, gonfiati dal baraccone della pubblicità e del consumismo, abbiamo cancellato con disgusto ogni pratica ottimizzatrice delle risorse di cui disponiamo. È incredibile, ma se da un lato ci preoccupiamo di differenziare la nostra immondizia, in modo che venga “riciclata”, dall’altro nessuno ci insegna più che il pane raffermo può essere ancora consumato in vari modi, che la frutta ammaccata si può cuocere nei dolci, che il pezzetto di salame o di formaggio e l’insalata appassita possono trasformarsi in una torta rustica, invece di essere buttati.

Sarte, rammendatrici e calzolai sono quasi scomparsi dalla geografia cittadina; quello che si è rotto, si butta e si ricompra, guai a chi perde tempo ad aggiustare. Non parliamo poi degli oggetti tecnologici grandi e piccoli, che alimentano un giro di compravendita paradossale in questo tempo di crisi, specie se comparato alla loro utilità effettiva e concreta nella vita quotidiana.

Dopo tre anni, l’auto passa di moda, perché sono già usciti nuovi modelli, quindi bisogna cambiarla, anche se funziona benissimo: nella nostra testa è diventata vecchia, ed “è frustrante adoperare una cosa vecchia”, danneggia la nostra immagine agli occhi di chi ci frequenta. Non parliamo poi dei cellulari: valanghe di denaro speso per procurarsi il modello “ultimo grido, rottamando quello usato, anche se è seminuovo: comanda la moda, “chi resta indietro è fuori dal giro”.

E poi, ci sono i vestiti, le scarpe, i gadget sportivi, il corredo scolastico fin dalla scuola materna: tutto fatto di materiali sintetici che, quando si strappano, non possono essere ricuciti, rattoppati o incollati di nuovo. Bombardati dalla pubblicità, se non abbiamo i soldi per comprarci gli originali griffati, ripieghiamo sulle imitazioni, affinché, almeno da lontano, sembri ciò che non è: siamo ricchi, nuotiamo nell’abbondanza che ci rende competitivie importanti (apparentemente), possiamo permetterci lo spreco del superfluo.

 

 
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Molti bevitori (alcolisti e non) mutano uno stato interiore di sconforto con un benessere mediante il semplice atto del bere. Questo modo di passare dal dolore al piacere lo possiamo descrivere come “la fuga nel bicchiere”.

Ma tantissime persone sanno che spesso erano già in uno stato di felicità quando assumevano alcolici. Infatti quando rivedono attentamente i propri ricordi di alcolisti, molti di noi si accorgono che spesso bevevano per intensificare un già esistente stato di esaltazione.

Da ciò nasce un ulteriore suggerimento: siate particolarmente cauti nei momenti di maggiore contentezza o nei momenti in cui vi sentite particolarmente bene.

Quando le cose vanno bene, così bene che vi sentite quasi un non alcolista state in guardia.! In tali occasioni (anche dopo numerosi anni di sobrietà) il pensiero di qualcosa da bere può sembrare abbastanza naturale, e le miserie dei giorni vissuti da alcolisti per un attimo svaniscono. Un solo bicchiere comincia a sembrare meno minaccioso, e noi cominciamo a pensare che non sarebbe affatto determinante e nemmeno pericoloso.

Certo, uno soltanto può non esserlo per le persone ordinarie. Ma la nostra esperienza ci dimostra che un apparentemente innocuo, fatale bicchiere ci renderebbe persone non ordinarie. Presto o tardi ci persuaderemo che uno in più non può arrecarci nessun danno. E che dirne, dopo, di un altro paio?…

Bere in occasione di feste e ricorrenze sembra particolarmente allettante per alcuni di noi quando ci sia un valido motivo per stare in allegria con parenti che bevono cordialmente o amici che possono bere tranquillamente. Il loro bere sembra esercitare una pressione sociale su di noi e spingerci a fare come loro.

Forse questo avviene perchè bere alcol è stato per lungo tempo strettamente legato, nella nostra cultura, al divertimento e alle ore liete come ad alcuni eventi dolorosi. E questi collegamenti possono continuare ad albergare nella nostra mente anche molto tempo dopo che abbiamo imparato che non dobbiamo più bere.

In breve, ricordiamoci che in nessuna occasione saremo mai liberi dall’alcolismo, problema che torna attivo non appena cominciamo ad ingerire alcol, in qualsiasi momento, per qualsiasi ragione o anche per nessuna ragione.

Ora abbiamo imparato a non farci prendere dal panico quando il pensiero di un bicchiere ci salta in mente. Dopo tutto, oggi, è un pensiero naturale per chiunque, ed è particolarmente comprensibile per quelli fra noi che ne hanno avuto esperienza.

Ma pensare ad un bicchiere non è lo stesso che averne il desiderio e nè l’uno e nè l’altro ci devono far precipitare nel buio del terrore. Ambedue possono essere considerati semplicemente come campanelli d’allarme che ci rammentano i pericoli dell’alcolismo. I pericoli saranno sempre gli stessi, anche quando ci sentiamo così bene che ci viene fatto di chiederci se è realmente giusto per chiunque sentirsi tanto bene quanto noi ora.

 

 
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Manifesto Congresso Nazionale a Verona, 15-16-17 Ottobre 2004

Manifesto Congresso Nazionale a Verona, 15-16-17 Ottobre 2004

Svegliarsi alla mattina SENZA la frenesia di dover avere dell’alcol in casa.

Andare al supermercato SENZA dirigersi per prima cosa al reparto alcolici, magari poi dimenticandoci la metà delle cose che dovevamo comperare.

Entrare in un bar SENZA sentirci in obbligo di ordinare alcolici.

Guidare la macchina SENZA il pensiero di un incidente o la sospensione della patente.

Trovarsi in compagnia di parenti o amici SENZA il problema di fare brutte figure o discorsi insensati.

Insomma vivere rilassati e sereni.

E’ questo e tanto altro che ci fa scegliere di cambiare stile di vita.

Ci siamo passati più o meno tutti, e a tutti auguriamo una vita serena.

Se ti rispecchi in tutte queste cose, chiedi aiuto all'Acat più vicina a te.
Senza vergognarti, e noi ti aiuteremo, con la nostra esperienza, a ritrovare in te una persona nuova.
 
 
 
 
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I Club Alcologici Territoriali rappresentano oggi in Italia il modello più diffuso d’intervento sull’alcolismo e sugli altri problemi alcolcorrelati.

Questa metodologia è stata sviluppata dal Prof. Vladimir Hudolin, che già nel 1964 cominciò ad organizzare programmi sia ospedalieri sia ambulatoriali che si articolavano con piccoli gruppi d’alcolisti nel territorio della città di Zagabria. Li chiamò “Club degli alcolisti in trattamento” e si diffusero capillarmente a livello territoriale in tutta la ex Jugoslavia.

L’aspetto rivoluzionario dell’approccio del Prof. Vladimir Hudolin derivò dal fatto che non si occupava solo dell’alcolismo di poche persone, ma del bere di tutti. Attraverso le settimane di formazione infatti il Prof. Hudolin non solo forniva la metodologia di trattamento degli alcolisti e delle loro famiglie ma soprattutto metteva in discussione la nostra “cultura del bere” proponendo il suo modello che negli anni era andato definendosi come “l’approccio ecologico-sociale ai problemi alcolcorrelati e complessi”.

Questo modello interpreta l’alcolismo e gli altri problemi alcolcorrelati nè come “vizio” nè come una malattia, ma come un comportamento, uno stile di vita determinato da molteplici fattori interni ed esterni alla persona, tra i quali particolare importanza riveste la famiglia e la cultura generale e sanitaria della comunità dove le persone vivono e lavorano. L’accento veniva così spostato dall’alcolismo al bere.

Una tappa molto importante per lo sviluppo di questa metodologia fù però sicuramente la fondazione del primo Club in Italia nel 1979: è stato infatti nel nostro paese che l’approccio del Prof. Hudolin ha conosciuto il suo massimo sviluppo.

* Ulteriori approfondimenti e informazioni nelle altre pagine del nostro link
 
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Niente cambia, tutto cambia. Gli alcolisti sono sempre gli altri. Un bicchiere di vino allunga la vita. Il vino fa buon sangue. Il vino è il sangue di Cristo.

Da noi, per tradizione, il vino non è considerato alcol, chi ne abusa fa simpatia e chi non lo beve deve avere come minimo la cirrosi.

Benedetto dalla Chiesa e dalla Famiglia, sedativo nazionale e istituzionale, lo si beve per festeggiare, e c’è sempre un’occasione per farlo: matrimoni, battesimi, cresime, comunioni, compleanni, anniversari, carnevali, Pasque, Natali e capodanni.

Un contratto? Un divorzio? Un funerale? Un fidanzamento? Una partita? Una promozione? Un viaggio? Un bicchierino?

Lo si beve per pasteggiare e c’è sempre qualcosa con cui accompagnarlo. Cos’è un fritto di pesce senza un bianco bello fresco? E una costata senza Chianti? E i cantucci senza vinsanto? E il formaggio senza passito? E la torta senza spumante?

Lo si beve senza un motivo, perchè un motivo lo si trova sempre: rompere il ghiaccio, darsi la carica, piangersi addosso, dimenticare.

Aperitivo, digestivo, caffè corretto, ammazzacaffè.

E così, un alcolismo subdolo e strisciante si trasmette surrettiziamente di cin cin in cin cin, dietro al lato oscuro della felicità a tutti i costi.

Generazioni (di beoni) e generazioni (di beoni), si legittimano vicendevolmente, tanto: “a chi vuoi che faccia male un goccio di vino che sia un goccio? Che vuoi che sia una tantum?” 

Ma quella volta ogni tanto, per alcuni, significa sempre.

(da Editrice Polis del 26.06.2008)