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Dilaga il «binge drinking», è allarme
A 11 anni alcolisti nei fine settimana

 

(Articolo di Rinaldo Frignani tratto dal sito http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/16_maggio_28/dilaga-binge-drinking-allarme-11-anni-alcolisti-fine-settimana-667cdec6-2439-11e6-b229-67fb25338505.shtml del 28 maggio 2016)

 

A decine in cura a Roma per l’«abbuffata alcolica», molti i minorenni. «Mi disintossico ma lo faccio soltanto per far contenti i miei genitori». Due su dieci sono ragazzine.

L’«abbuffata alcolica» comincia di solito di venerdì e si conclude all’alba di domenica. Ma non c’è una regola fissa. Anche perché il «binge drinking» non può averla, specialmente se chi lo subisce ha meno di 18 anni, a volte anche meno di 14. E non ha nemmeno luoghi prestabiliti, visto che nei locali pubblici è di solito più difficile ubriacarsi (almeno così dovrebbe essere) mentre acquistare autonomamente vino, birra e whisky è comunque molto più semplice. Un fenomeno in crescita a Roma e nel Lazio che rispecchia l’andamento nazionale dove, negli ultimi anni, quasi il 20 per cento della popolazione che eccede nell’assunzione di alcolici proviene proprio alla categoria dei più giovani, se non dei giovanissimi.

Lo psicoterapeuta: «I drammi nascosti delle famiglie a posto»

«Appartengono a qualsiasi categoria sociale, molti hanno un padre alcolista e una madre giocatrice d’azzardo, altri invece vengono da famiglie apparentemente normali. Al primo incontro minimizzano: “Sono venuto qui per far contenti i miei genitori”». Così lo psicoterapeuta Fabrizio Fanella, presidente de «La Promessa», una onlus creata nel ‘94, accreditata dal 2013 presso la Regione Lazio, in prima linea nella lotta e nello studio dei comportamenti compulsivi in generale, a cominciare proprio dall’alcolismo. Gli incontri vengono tenuti dal 2001 al day hospital di Psichiatria clinica e Dipendenze del Policlinico Gemelli, e dalla fine di giugno si trasferiranno nella sede dell’associazione in via Catone, a Prati. «Assistiamo giovani, anche minorenni, provenienti soprattutto da Roma, dal Lazio e anche da altre regioni del Centro – spiega ancora Fanella -. Nella prima fase il ragazzino cerca di negare il suo problema. “Mi sono ubriacato una volta sola con gli amici”, dice di solito. Un meccanismo di difesa che tuttavia cade quando il paziente prende fiducia in chi lo ascolta, che ha un approccio soft per non far chiudere gli adolescenti. Ed è allora che emergono storie allarmanti: situazioni familiari sballate, appartenenza a gruppi nei quali i minori si sentono importanti al punto da non rispettare né regole né autorità. E scavando nelle famiglie che sembrano a posto emergono problemi soprattutto fra i genitori».

«Smetto quando voglio», ma il 35% ha ricadute quasi subito

Il 20 per cento degli assistiti è rappresentato da ragazze che abitualmente si sbronzano nei fine settimana. «Le incontriamo prima tutti i giorni, poi a giorni alterni, in gruppo con lo psicoterapeuta. Senza il supporto farmacologico, quando è possibile cerchiamo di evitarlo – racconta ancora Fanella -. Il patto con loro è l’astinenza dall’alcol, ma più di qualcuna non regge e continua a bere nonostante gli incontri. La ricaduta fisiologica, almeno all’inizio, è del 30-35 per cento. “Smetto quando voglio”, dicono, ma l’alcol è più forte di loro. Ci devono – come li avvertiamo – “sbattere il sedere”». Addirittura, stando ai dati dell’ultimo «Alcohol prevention day» di aprile all’Istituto superiore di sanità – ripresi dalla onlus -, comportamenti non moderati nel consumo di bevande alcoliche sono stati osservati negli adolescenti a partire dagli 11 anni e nei ragazzi fino ai 17 nel 21,5 per cento del totale di chi abusa di queste bevande. Roma non fa eccezione.

Alcol e videopoker online, micidiale mix di dipendenze

«I numeri sono questi anche qui», avverte lo psicoterapeuta che dirige una squadra di specialisti che solo nel 2015 ha assistito circa 600 pazienti. A far clamore è soprattutto la fascia d’età che coinvolge il “binge drinking”, ma anche il gioco d’azzardo compulsivo (il Lazio è secondo nella classifica nazionale nella spesa pro capite per il gioco) -, dipendenze che sfuggono ai controlli e sono ormai mimetizzate nel tessuto sociale. «Il primo – sottolinea lo specialista – è legato anche agli incidenti stradali del sabato sera, il secondo all’uso di internet: i ragazzini giocano al videopoker online mentre smanettano sul computer». Dipendenze comportamentali che si mischiano con altre e che – la scoperta è recente – possono avere un carattere genetico, e non si esclude nemmeno l’ereditarietà. Gli screening svolti negli istituti scolastici romani hanno dimostrato come alcuni ragazzi manifestino la loro propensione ad avvicinarsi a comportamenti a rischio con alcol, droghe o gioco. Nella maggioranza non compariranno mai, ma c’è chi nella sua vita aspetta solo l’innesco giusto. Lo switch che potrebbe farlo cadere nel baratro.

 
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Interclub – Valeggio S/M (Vr) 20 maggio 2016

 

 

Ieri, 20 maggio 2016, alle ore 20.30, presso l’Istituto Gaetano Toffali di Valeggio sul Mincio (Vr), si è tenuto l’annuale Interclub Acat organizzato dal Club Acat “Castelscaligero” di Villafranca.

 

La serata è stata ricca di testimonianze sincere e commoventi. Ha partecipato un numeroso gruppo di persone facenti parte dei vari Club dell’Acat Villafranca “Castelscaligero” e con l’occasione è stata presentata la nuova delegazione del Direttivo, il cui Presidente, votato all’unanimità nell’incontro del 04 maggio 2016, è risultata essere Simonetta Venturi.

Congratulazioni e buon lavoro da tutti noi.

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Il neo-presidente Simonetta Venturi

Alcune immagini della serata

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Furti inventati, troppe carte prepagate, oggetti scomparsi. Ecco come individuare un malato d’azzardo

 

(Articolo di Giovanni Maria Bellu tratto dal sito http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/ludopatia-storie-buona-politica-circolare-beffa/ del 19 maggio 2016)

 

Le storie delle vittime della ludopatia si somigliano un po’ tutte. Spesso quando i familiari capiscono è troppo tardi. Servirebbe la buona politica ma è di pochi giorni fa la “circolare beffa”.

C’è la giovane e promettente atleta che, colpita da un infortunio, crede di potersi distrarre con i “Gratta e Vinci” ma rapidamente ne diventa schiava: in pochi mesi  brucia tutti i soldi dei premi  delle vittorie sportive, butta via anche il denaro messo da parte per l’università, mente ai genitori sostenendo di aver fatto un prestito a un amico. C’è la madre di famiglia che racconta del marito che improvvisamente comincia a essere vittima di strane  (e inventate) disavventure: dice di aver perso il borsello, subito un borseggio, prestato del denaro al solito amico insolvente. E cominciano a scomparire oggetti di valore, gioielli. Ma ancora non è niente, perché la storia (e il matrimonio) finiscono con la perdita della casa. C’è poi il brillante informatico che ha uno dei rarissimi autentici colpi di fortuna con le slot e crede di aver scoperto la formula vincente:  perde rapidamente tutto ciò che aveva vinto ma non si ferma, brucia nelle macchinette anche i soldi messi da parte per il dentista e comincia a inventare scuse sempre meno credibili per ottenere piccoli prestiti dai familiari e dagli amici, finché viene scoperto.

Si somigliano un po’ tutte le storie delle vittime della ludopatia.

E’ sempre individuabile il momento in cui il gioco diventa vizio e il vizio diventa  una dipendenza non diversa da quella dei consumatori di eroina. E’ il momento in cui si creano le premesse per la rovina economica. Che non è nemmeno  la sorte peggiore. Perché a volte, quando le bugie non bastano più, per recuperare il denaro c’è chi passa al crimine.

Chi è riuscito a uscirne

Le storie che si conoscono sono quelle di chi è riuscito a sconfiggere la dipendenza ed è nelle condizioni di raccontare il momento della consapevolezza. Che  coincide col momento in cui i familiari finalmente capiscono.  Troppo tardi, purtroppo. Perché la casa è andata perduta, i debiti con le banche e le finanziarie hanno raggiunto cifre elevatissime. Il disastro si è compiuto. Con la terapia si riesce a superare la dipendenza, ma la situazione economica è compromessa.

Eppure esistono tecniche e strumenti per capire se una persona è entrata nel tunnel.

E per fermarla prima che si spinga troppo avanti. Tanto che un istituto bancario – la Bper, Banca popolare dell’Emilia Romagna – ha elaborato un vademecum per i familiari delle vittime di ludopatia. Si tratta di un “manuale pratico” che dà indicazioni su come individuare per tempo l’insorgere della dipendenza. Il ludopatico, infatti, non si limite a inventare menzogne, a simulare furti, a presentarsi come vittime di inesistenti truffe, ma quando ha un conto in banca lo prosciuga in silenzio. E per evitare che la cosa venga scoperta, fa in modo che i documenti bancari non vengano più spediti a casa, dove il coniuge potrebbe vederli, ma a un indirizzo diverso come quello dell’ufficio o dell’abitazione di un amico. Ecco, l’interruzione brusca dell’arrivo delle lettere dalla banca è un primo campanello d’allarme. Così come il crescere degli anticipi di contante con la carta di credito. Oltre che l’emissione di assegni intestati a tabaccherie o l’acquisto di carte prepagate.

Il vademecum

Nel presentare il vademecum, Eugenio Garavini, vice direttore generale vicario di Bper, ha sottolineato che i familiari dispongono di strumenti d’intervento immediato. Si può, per esempio, segnalare lo stato di disagio alla banca chiedendo che al ludopatico non vengano più consegnati i libretti degli assegni. Nel caso in cui il conto sia cointestato, il coniuge – non appena comincia ad avere dei sospetti – può chiedere alla banca che gli venga inviata personalmente la copia dell’estratto. Altra precauzione da adottare, se si ha una cassetta di sicurezza, è verificare immediatamente se sono stati prelevati oggetti di valore.  Ci sono poi azioni che possono essere fatte anche nelle fasi più avanzate, quando la ludopatia è stata riconosciuta e certificata. Per esempio chiedere al giudice tutelare la nomina di un amministratore di sostegno.

Ma è chiaro che tutti i buoni consigli di questo vademecum (che è scaricabile dal sito di Bper banca) possono consentire di attenuare i danni, ma non risolvono il problema. Molto possono fare le banche che, come ha tenuto a sottolineare Garavini, “non sono tutte uguali”. La Bper, per esempio,  emette delle carte di credito che non sono abilitate a effettuare pagamenti per i giochi on line. E fin da tre anni fa ha emesso una circolare per sensibilizzare il personale.

Ma non basta ancora.

Il fenomeno ha raggiunto una tale dimensione sociale   (i giocatori ad alto rischio sarebbero circa un milione e quelli patologici più di 250mila) che è indispensabile un “intervento di rete” , come ha sottolineato don Armando Zappolini, promotore della campagna “Mettiamoci in gioco”. Un intervento che coinvolga “la buona politica, il mondo delle associazioni e quello delle imprese”. Quanto alla “buona politica”, purtroppo, le cose non vanno per il meglio. E’ di pochi giorni fa la notizia della “circolare beffa” del l’Agenzia delle dogane che determinerà un ulteriore aumento delle slot machine presenti in Italia.

 
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Vittime del gioco d’azzardo, l’86% sono uomini

 

(Articolo di Margherita Terasso tratto dal sito http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2016/05/17/news/vittime-del-gioco-d-azzardo-l-86-sono-uomini-1.13495026 del 17 maggio 2016)

 

Hanno un’eta media di 55 anni. Presentati i risultati delle terapie di gruppo del Centro di Campoformido.

Oltre 180 persone (tra giocatori e loro familiari) coinvolte, dieci gruppi di terapia “attivi”, dalle 600 alle 1.000 sedute per ogni gruppo. Dopo anni di attività, il metodo proposto dal Centro di Campoformido per curare i malati d’azzardo, si è decisamente consolidato. Una struttura forte, guidata dallo psicoterapeuta Rolando De Luca, che ha dato risultati interessanti.

Nella sala consiliare del Comune di Campoformido, è stata presentata «la ricerca sulla terapia di gruppo con giocatori d’azzardo e familiari: risultato a tre anni di trattamento», convegno organizzato da Agita, l’associazione degli ex giocatori d’azzardo e delle loro famiglie, in collaborazione con la Caritas diocesana e la Consulta nazionale antiusura. È stata l’occasione per mostrare al pubblico molti dei risultati della terapia proposta a Campoformido.

Dopo i saluti del sindaco Monica Bertolini, quelli di Adriano Valvasori, presidente dell’Agita e quelli “telefonici” di Maurizio Fiasco, presidente Alea, lo psicoterapeuta ha illustrato la relazione sui 18 anni di lavoro. «Lo Stato, che prima promuove l’azzardo e poi fa finta di occuparsene, incassa 90 miliardi di euro tramite il gioco: è possibile vivere questa contraddizione – accusa –? Noi vogliamo risolvere un malessere interiore, di cui l’azzardo è solo la punta dell’iceberg». Con una terapia di gruppo – in cui è fondamentale la presenza di un familiare – rinascere è possibile: «È un lavoro lungo, perché non è sufficiente eliminare il gioco, bisogna far emergere quello che si nasconde dietro, arrivando ad un cambiamento profondo».

Alcuni dati. L’86 % dei giocatori in terapia sono uomini e il 14 % donne. Queste ultime hanno un’età media di 55 anni, «più alta di quella dei giocatori maschi, che è di 47 anni – spiega De Luca – in molti casi esse giungono al Centro da sole, senza il supporto dei familiari, e in condizioni critiche: è difficile riuscire a portare a termine la terapia, in questi casi». Si gioca alle new slot (33%), ma non mancano i frequentatori di casinò (21%) e gli appassionati di grattaevinci e lotto (14 e 10%).

Per quanto riguarda i risultati terapeutici, il 92% dei giocatori che partecipano alla terapia non gioca più e il restante 8%, pur frequentando ancora il Centro, gioca anche se in modo limitato. Le ricadute? «Normali durante il percorso, un problema al di fuori: significano ricaduta nel sintomo». Ultimo dato, ma non meno importante, l’indice di disoccupazione tra i partecipanti: del 2%.

L’incontro, moderato dal caporedattore del Messaggero Veneto, Paolo Mosanghini, è proseguito poi con l’intervento di Gianni Savron, medico e psicoterapeuta, che ha presentato «la ricerca sperimentale sulla terapia di gruppo con giocatori d’azzardo e familiari: risultati a tre anni di trattamento a Campoformido».

Subito dopo è stato il turno di Rodolfo Picciulin, psicologo e psicoterapeuta dell’associazione di ricerca clinica nel campo della Psicoanalisi Applicata di Gorizia, che ha discusso della «verifica dei risultati di una psicoterapia di gruppo a lungo termine»

 
 
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Una nobile causa

 

(Articolo di Giada Frisoni tratto dal sito http://www.cinematographe.it/75196/recensioni/una-nobile-causa-recensione.html del 15 maggio 2016)

 

Una nobile causa è il film di Emilio Bruguglio in uscita nelle sale il 24 maggio 2016 prodotto da Running TV International, tra gli attori del cast Giorgio CarecciaRossella Infanti, Roberto Citran Antonio Catania. Il tema del gioco d’azzardo raccontato attraverso lo stile della commedia: una storia dentro l’altra per aiutare Gloria e la sua famiglia ad affrontare il problema dell’irrefrenabile impulso a giocare alle slot machine. Decisi ad affrontare seriamente la questione con uno psicologo in seguito ad una grande vincita di Gloria, tutta la famiglia si ritrova nello studio del dottor Aloisi: in quello studio viene raccontata la storia del Marchesino Alvise Fantin, figlio di una prestigiosa famiglia e appassionato giocatore d’azzardo. Dopo aver truffato un signore rubandogli i soldi in banca viene costretto dalla madre a lavorare proprio per Tania, figlia di colui che ha derubato, come aiutante pescivendolo: Alvise impara a lavorare, a guadagnarsi la simpatia dei clienti e ha smettere di giocare. Giorno dopo giorno si invaghisce di Tania, che dapprima sospettosa poi si lascia coinvolgere dall’amore di Alvise. Queste due storie si intrecciano coinvolgendo tutti i protagonisti a chiedersi se l’amore può davvero salvare le persone dalla folle spirale del gioco, portando poi ad una svolta inaspettata della storia dove tutti sono pedine di una partita a cui non sapevano di partecipare.

Dopo la presentazione nello spazio Regione Veneto alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2015, Una nobile causa esce nelle sale con lo scopo di sensibilizzare le persone sulla ludopatia: una malattia molto diffusa e spesso sottovalutata per la sua apparente maschera di passatempo, che superata la linea dell’occasionalità si trasforma in un vero e proprio circolo dell’inferno.

Lo spirito comico che alleggerisce ma non può nascondere il dramma di chi soffre questa patologia e soprattutto per chi lo circonda.

Un film che sfida il panorama italiano con un tema ambizioso; la regia di Emilio Briguglio convince per l’efficacia e il ritmo ma è solo grazie ai punti di svolta della sceneggiatura che il lungometraggio merita una valutazione positiva. Un cast che conquista un sorriso ma non coinvolge lo spettatore nella storia, i legami tra i personaggi non hanno la possibilità di evolversi e di conseguenza non riescono a mostrarsi agli occhi del pubblico.

Le musiche si mescolano piacevolmente tra le luci e i cambi di scena. L’occhio è affascinato dalle meravigliose location, ville e luoghi della provincia di Padova che si fanno ammirare nella loro storica imponenza. Un lavoro che nel suo ambizioso scopo fa di tutto per rendere il boccone amaro del gioco d’azzardo più dolce ma si perde nelle sue stesse crepe lasciando solo la consapevolezza che il gioco, oltre al poker e alle slot, può attuarsi anche nella vita reale usando le persone come carte. La favola non esiste e l’amore non basta per guarire, forse aiuta ma non lo rende immune agli infiniti giochetti di cui è capace chi entra in questo tunnel. Quello che ci lascia il film è una sola realtà: siamo tutti vittime di un gioco a cui non sappiamo di partecipare.

 
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Binge Drinking: etimologicamente il termine ci riporta letteralmente abbuffata alcolica”

 

(Articolo di Ornella De Rosa tratto dal sito http://magazinepragma.com/psicologicamente/binge-drinking-si-diffonde-sempre-piu-giovani/ del 09 maggio 2016)

 

Con tale termine si descrive un fenomeno complesso che si va diffondendo a macchia d’olio soprattutto tra i giovani. Si tratta di mischiare varie bevande alcoliche sotto un impulso incontrollato, dove non è la mente razionale a gestire ma la mente emotiva, di cui  si diventa ostaggio. Le caratteristiche sono che l’assunzione di alcol avviene in maniera molto rapida, senza sorseggiare ma ingoiando quantità al di sopra della soglia di tolleranza fino a sentirsi male. Lo scopo è quello di provare ebbrezza fino ad ubriacarsi con serie conseguenze per la salute.

Questo fenomeno si sta diffondendo in maniera esponenziale soprattutto tra gli adolescenti maschi. Inizialmente sicuri di poter gestire in maniera semplice il fenomeno, si ritrovano in situazione estreme  e incontrollate. Si rivela ormai una problematica psico-sociale su cui intervenire in maniera decisa e determinata.

Il Binge Drinking è più probabile che si verifichi in situazioni sociali, feste, party, serate in discoteca, eventi. La pericolosità  è molto sottovalutata ma, a lungo andare, si può trasformare in una vera e propria patologia, l’alcolismo, e quindi portare allo sviluppo della dipendenza da alcool.

Oltre a gravi danni fisiologici, come danni al sistema cardiaco, ormonale, epatico,  un impatto negativo si evidenza anche sulla salute psicologica e cognitiva. Possono verificarsi anche danni psicologici, come depressione, disturbi dell’umore, difficoltà nella gestione delle emozioni, depressione, insonnia ,disturbi sessuali, irritabilità, alterazione della memoria a breve e a lungo termine, disturbi di concentrazione e apprendimento. Tutto ciò ha un alto impatto sulla quotidianità, e sulla qualità della vita del binge drinker  che mette in grave rischio la sua salute fisica e psicologica.

Le motivazioni sono varie e comuni a tante altre dipendenze come una fuga dalla realtà, bassa autostima, senso di solitudine, per disinibirsi prima di un rapporto sessuale. Il binge drinker agisce sotto l’impulso della mente emotiva, dove le emozioni assumono il controllo, il comando e i pensieri e i comportamenti sono regolati dall’emozione del momento. Il comportamento è impulsivo  e le situazioni sono affrontate in modo reattivo e smisurato.

L’alcol diventa un modo temporaneo per rendere meno intensa l’esperienza emotiva, calmandosi, stordendosi, anestetizzando le emozioni. Ma il sollievo ottenuto è soltanto temporaneo. Occorre trovare  un sistema di regolazione delle emozioni. Imparare modalità efficaci per far fronte alla sofferenza mentale in maniera tale che quando un’emozione sgradevole si presenterà si saprà gestirla.

Il problema non sono le emozioni, ma il comportamento adottato per rispondere allo stimolo emotigeno. Soffocare le emozioni con l’alcol interferisce con i comportamenti che possono dar luogo a veri e propri miglioramenti della propria vita. Bisogna spezzare il legame tra provare emozioni sgradevoli e servirsi dell’alcol per farvi fronte, cercando una strategia giusta affinché la gestione delle emozioni diventi funzionale a se stessi.

 
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Interclub – Valeggio S/M (Vr) 20 maggio 2016

 

 

Il giorno 20 maggio 2016, alle ore 20.30, presso l’Istituto Gaetano Toffali di Valeggio sul Mincio (Vr), si terrà l’annuale Interclub Acat organizzato dal Club Acat “Castelscaligero” di Villafranca.

 

Il tema dell’evento sarà:

 

“Superare la paura del giudizio e vivere pienamente nella Comunità”

 

Nel corso della serata saranno consegnati ai vari soci gli attestati per gli anni di astinenza.

 

A fine serata verrà offerto un buffet per tutti i partecipanti.

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L’alcol dà solo l’illusione di essere felici

 

(Articolo tratto dal sito http://news.in-dies.info/26286/ del 07 maggio 2016)

 

L’ alcol può dare momentaneamente l’illusione di rendere felici ma per periodi più lunghi, una bella sbronza non rende più soddisfatti della vita, secondo due nuovi studi, uno guidato da un esperto dell’Università di Kent, un altro guidato da un altro esperto dell’Università del Sussex.

Gli studi, fatti per una ricerca intitolata ‘Can alcohol make you happy?’, hanno trovato che le persone che avevano sviluppato problemi di alcolismo erano meno soddisfatte della vita.

Anche se si discute spesso dell’effetto dell’alcool sulla felicità durante i dibattiti politici e legislativi, la cosa è stata raramente oggetto di un serio studio accademico. Invece, i governi hanno semplicemente usato il presupposto di una certa economia, secondo cui ognuno agisce sempre razionalmente e nel suo interesse, anche quando è ubriaco o dipendente dall’alcol, hanno detto gli autori degli studi.

Gli autori dei lavoro, il dottor Ben Baumberg Geiger (della School of Social Policy, Sociology and Social Researc dell’Università del Kent) e il dottor George MacKerron (University of Sussex), hanno fatto il loro studio, uno utilizzando un’applicazione per iPhone e l’altro tramite una ricerca tradizionale.

Il primo studio ha coinvolto gli utilizzatori di iPhone, che tendono a essere giovani e ricchi, mentre il secondo ha esaminato persone di 30-42 anni di età.

I risultati di entrambi gli studi, sono apparsi su  ‘Social Science & Medicine’, e hanno indicato che, togliendo altri fattori come le malattie, che possono influenzare il benessere, non c’è alcuna connessione tra il bere e l’essere felici per un periodo di tempo. Quando l’alcool è diventato un problema, inoltre, si riducono le sensazioni di benessere.

 
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Giuseppe, grazie di tutto, r.i.p

 

 

Purtroppo una brutta notizia, poco fa ci ha lasciato il nostro caro amico e colonna portante della nostra Associazione Acat Castelscaligero, Giuseppe Muraro. Grazie da tutti noi per quello che hai fatto. Siamo vicini a Maria e famiglia in questo triste momento. Ciao Giuseppe r.i.p

 

Giuseppe Muraro e moglie

 

 

Giuseppe Muraro