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Un effetto sottovalutato del binge-drinking

 

Tra gli adolescenti il binge-drinking sta avendo un impatto enorme in termini di obesità. Un team di ricercatori canadesi ha pubblicato una nuova relazione che suggerisce che il consumo di alcol ha un impatto molto maggiore sui tassi di sovrappeso giovanile di quanto si pensasse. Gli esperti hanno scoperto che quasi il 39% degli studenti delle scuole superiori ha riferito di avere ingerito cinque bevande o più in una sola seduta – almeno una volta al mese, e l’11% ha riferito di avere praticato il binge drinking almeno una volta alla settimana. Con una netta preponderanza maschile. Paragonando le abitudini alimentari degli studenti con le informazioni nutrizionali e caloriche dei più popolari tipi di bevande alcoliche, i ricercatori sono stati in grado di fare stime sui chili che un ragazzo potrebbe prendere in un anno. Lo studio è uno dei primi ad esaminare l’obesità giovanile attraverso l’obiettivo del consumo di alcol.

Un effetto sottovalutato del binge-drinking

(Articolo di Beatrice Credi tratto dal sito http://www.west-info.eu/it/un-effetto-sottovalutato-del-binge-drinking/ del 31 luglio 2017)

 
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Schiavitù dall’alcol: un libro racconta le vittorie e i pericoli

 

(Articolo di L.FEBB. tratto dal sito http://www.bresciaoggi.it/territori/valcamonica/schiavit%C3%B9-dall-alcol-un-libro-raccontale-vittorie-e-i-pericoli-1.5851828 del 23 luglio 2017)

 

L’idea era quella di raccontare la quotidianità di una comunità di recupero, in questo caso la «Casa di Enzino» fondata vent’anni fa a Sonico, utilizzando gli scritti degli ospiti che grazie all’aiuto degli educatori sono riusciti a tornare a una vita normale. È stata concretizzata da Fortunato Pogna, braccio destro di don Antonio Mazzi, e alcuni suoi collaboratori, tra gli altri Simone Pecorari, dando alle stampe il volume intitolato «Ci sono storie…e storie»: quasi duecento pagine di racconti, arricchite dai disegni dell’artista Sergio Rota Sperti.

«UN GIORNO ho deciso di aprire la mia valigetta dei ricordi per portarli a conoscenza di tutti – commenta Pogna -. Sono tutte storie positive, di persone che ce l’hanno fatta a liberarsi dai loro mali. Che si sono risollevate dalla tossicodipendenza, dall’alcolismo, dalla ludopatia e da altre dipendenze. È stato bello scrivere degli enormi sacrifici fatti dai protagonisti e significativo perché nella nostra società malata, per fortuna ci sono ancora cose belle, pulite».

Vent’anni di lavoro per liberare centinaia di persone da tante ossessioni apparentemente diverse ma forse simili, con tantissimi momenti belli e purtroppo anche brutti, vissuti comunque con intensità e sempre perseguendo l’obiettivo di sostenere il prossimo in difficoltà. «Ho conosciuto tanta gente che aveva bisogno, che mi ha ricambiato con amore e riconoscenza – afferma il fondatore della comunità sonicese -. I molti periodi negativi, di grande sofferenza, li ho volutamente rimossi dalla mia mente».

Come si esce dal tunnel delle dipendenze? «Lo spieghiamo nel libro, basta avere un paio d’ore di tempo e scorrere le pagine che abbiamo scritto – risponde Pogna -. Purtroppo stiamo attraversando un momento delicatissimo: negli ultimi mesi ci capita sempre più spesso di incontrare bambini, non adolescenti, bambini di 12, 13 anni che abusano di sostanze alcoliche, molti in modo sproporzionato, e considerano per esempio fumare una canna un fatto normalissimo. Se non fumi sei considerato uno sfigato. Questi giovanissimi non capiscono che si diventa sfigati usando le droghe e abusando dell’alcol». Oltre che direttamente nella Casa di Enzino a Mollo di Sonico, il libro «Ci sono storie…e storie» si può trovare nelle edicole e nelle principali librerie del Bresciano.

 
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Giovani e alcol: l’83% ne fa un uso sconsiderato

 

(Articolo di Massimo Canorro tratto dal sito https://www.paginemediche.it/news-ed-eventi/giovani-e-alcol-l-83-ne-fa-un-uso-sconsiderato del 21 luglio 2017)

 

La grande abbuffata. Di alcol. Non stiamo parlando, infatti, del film diretto da Marco Ferreri nel 1973, bensì della cosiddetta “abbuffata alcolica” che sempre più giovani continuano a praticare, incuranti delle terribili conseguenze. Sono sempre più frequenti, in questo senso, i campanelli di allarme. E sul rapporto (deleterio) di molti giovani con l’alcol si è espressa anche una ricerca dell’Osservatorio Epidemiologico delle Dipendenze Patologiche dell’Azienda Usl di Bologna, dal quale emerge che su 390 ragazzi e ragazze felsinei tra i 18 e i 29 anni, suddivisi tra studenti, lavoratori e in cerca di occupazione, l’83% fa un uso estremo di alcol, concentrato in un’occasione.

Pericolo di sviluppare una dipendenza cronica

Denominato fino a qualche tempo fa “Binge drinking” e di recente ribattezzato “Heavy episodic drinking” (cambia il nome, ma non la sostanza), il fenomeno ormai interessa la stragrande maggioranza degli adolescenti e dei giovani adulti, sempre più attratti dall’alcol. In entrambi i casi, infatti, si intende “la modalità di consumo alcolico che comporta l’assunzione in un’unica occasione e in un ristretto arco di tempo di quantità di alcol molto elevate”, come riporta il sito del Ministero della Salute.

L’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna sta analizzando alcuni aspetti del problema, per comprenderlo e individuare gli strumenti che possano aiutare, se non a risolverlo, quantomeno ad arginarlo. “L’abbuffata alcolica è molto comune soprattutto nella fascia di età di passaggio alla maturità – spiega l’Ordine attraverso un comunicato – e questo è anche uno dei motivi che la rende pericolosa: le abitudini contratte in questa fase della vita possono perdurare a lungo, con il rischio di sviluppare una dipendenza cronica”.

Per paradosso, la relativa saltuarietà della condotta legata alle abbuffate alcoliche è un aspetto che può incrementarne la pericolosità. “Perché, dato l’uso non quotidiano ma eccessivo di alcol, i giovani tendono ad autogiustificare il proprio atteggiamento, considerandolo, appunto, occasionale e di poco conto”, prosegue il comunicato.

Abuso di alcol, conseguenze psicologiche e sociali

Di prassi, l’abuso di alcol si concentra nei weekend e nei contesti di svago (discoteche, pub, feste) ma, benché non sia un consumo regolare,  può comunque mutare in cronico con l’avanzare del tempo, con conseguenze psicologiche e sociali da non sottovalutare. “Lo stato di alterazione portato da un’abbuffata alcolica può causare una difficoltà nel gestire gli impulsi e le relazioni affettive, familiari e sessuali”, spiegano dall’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna. “Ansia e tendenza alla depressione e all’aggressività sono alcuni possibili sintomi: diviene difficile governare la rabbia. I problemi aumentano dove ci siano particolari situazioni di fragilità, con una condizione psicopatologica preesistente che può peggiorare se le viene affiancato l’alcol”.

Strategie di prevenzione dell’alcolismo

Voglia di apparire più adulti, ma anche di trasgredire, di ricercare un’indipendenza per rafforzare l’identità personale e di essere accettati. Sono tutte motivazioni che possono spingere i giovani verso l’abuso di alcol. E qui subentra l’importanza della prevenzione all’abuso di alcol, come illustra l’Ordine: “Si può effettuare rinforzando le difese naturali dei ragazzi, la loro resilienza, l’autostima e la capacità di autoregolazione, per capire quando è il momento di fermarsi. Per modificare gli atteggiamenti e i comportamenti dei giovani non è sufficiente la sola sensibilizzazione sull’argomento. È fondamentale trasmettere abilità relazionali e sociali, con modalità di apprendimento interattivo e cooperativo”.

 
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Alcolici e comparsa di tumori: l’ultimo rapporto europeo parla di rischi alti e sottovalutati

 

(Articolo di Fabio di Todaro tratto dal sito http://www.lastampa.it/2017/07/20/scienza/benessere/alcolici-e-comparsa-di-tumori-lultimo-rapporto-europeo-parla-di-rischi-alti-e-sottovalutati-8jIMSyHFs7F8nMcb1esJ6I/pagina.html del 20 luglio 2017)

 

Viviamo nel continente che consuma il maggior quantitativo di bevande alcoliche: con più di un quinto della popolazione di età superiore ai 15 anni che ingolla quattro bicchieri al giorno almeno una volta a settimana e un utilizzo annuo pro-capite che raggiunge la quota di nove litri. Di conseguenza, senza un’inversione di rotta, dovremo prepararci a un aumento dei tumori dell’apparato digerente: al colon-retto (nei consumatori moderati), a cui si aggiungono quelli all’esofago, allo stomaco, al fegato e al pancreas (nei forti bevitori).

Gli effetti cancerogeni dell’alcol sono ancora troppo sottovalutati  

Se pochi giorni fa i riflettori erano stati accesi sul rischio di ammalarsi di tumore al seno, l’ultimo spunto che giunge dalla comunità scientifica riporta l’attenzione sui tumori dell’apparato digerente. Messe assieme, queste neoplasie provocano ogni anno tre milioni di decessi nel mondo: più di un terzo conteggiato per cause oncologiche.

 I gastroenterologi europei, nelle 32 pagine del dossier, non hanno usato giri di parole: il problema è endemico e parlare dell’alcol come di un cancerogeno deve diventare una priorità per le istituzioni, dal momento che nove cittadini europei su dieci ignorano il rischio oncologico correlato al consumo di birra, vino e superalcolici. Uno stupore che può essere ricondotto alla scarsa cultura che porta a sottovalutare gli effetti dell’alcol sul nostro organismo, così come fino a mezzo secolo fa avveniva con il fumo di sigaretta.

Eppure il Codice europeo contro il Cancro, redatto dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) di Lione riconosce come cancerogene certe per l’uomo. Un messaggio che però non arriva sempre a destinazione, se i consumi risultano in crescita sia lontano dai pasti (nei giovani) sia negli anziani (più abituati a bere a pranzo e a cena).

Alcol e rischio oncologico: non esistono dosi sicure

Vero è che il rischio, così come per gli altri cancerogeni, è direttamente proporzionale alla dose di esposizione: più se ne consuma, maggiori sono le probabilità di ammalarsi. Ma per i consumatori occasionali occorre comunque precisare che «non esistono livelli di consumo sicuri correlati al rischio oncologico». Tutte le bevande hanno lo stesso effetto, anche se gli esperti non escludono che un piccolo aumento del rischio possa essere ricondotto al consumo di vino di scarsa qualità, «che potrebbe contenere al suo interno altre sostanze dannose». Un messaggio che cozza con quello diffuso spesso con troppa superficialità, secondo cui un bicchiere di vino al giorno farebbe bene alla salute. L’abbinamento con il fumo, piuttosto frequente, come riportato in una ricerca pubblicata nel 2015 sul «Journal of Neurochemistry», non migliora la situazione: anzi.

Serve un impegno deciso da parte dell’Unione Europea 

Per affrontare la questione, endemica, l’Unione Europea dovrebbe prendere di petto il tema dell’uso dannoso dell’alcol: questo l’appello lanciato dai gastroenterologi europei, che invocano una risposta integrata che contempli l’aumento della tassazione sulle bevande alcoliche, una maggiore regolamentazione delle politiche di marketing (con un’etichettatura più chiara e responsabile) e il miglioramento nell’accesso ai servizi di alcologia (per intercettare prima i consumatori a rischio). Nel dossier viene preso a modello l’esempio della Francia, che negli ultimi anni ha vietato i consumi di bevande alcoliche sui luoghi di lavoro: contribuendo al calo già registrato, sia sul piano quantitativo sia dell’incidenza di malattie oncologiche dell’apparato digerente.

 
 
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Alcol provoca 7 tipi di tumore secondo uno studio neozelandese

 

(Articolo di Claudio Schirru tratto dal sito http://www.greenstyle.it/alcol-provoca-7-tipi-di-tumore-secondo-uno-studio-neozelandese-200882.html)

 

Bere alcol tutti i giorni può provocare sette diversi tipi di tumori. L’allerta è stata lanciata dai ricercatori neozelandesi del Department of Preventive and Social Medicine presso la Otago Medical School, secondo i quali anche un consumo giornaliero moderato (come un bicchiere di vino) può causare effetti nocivi in tal senso.

L’alcol aumenterebbe il rischio secondo i ricercatori neozelandesi di manifestare tumori localizzati in zone quali bocca e gola, esofago, laringe, fegato, intestino, seno e colon. A capo della ricerca la Prof.ssa Jennie Connor, che ha dichiarato:

C’è una forte evidenza del fatto che l’alcol causi tumori in sette siti e probabilmente anche in altri.

La conferma di specifici meccanismi biologici attraverso i quali l’alcol incrementa l’incidenza di ciascun tipo di tumore non è richiesta per inferire che l’alcol sia la causa.

Non vi sarebbe, stando alle conclusioni tratte dalla ricercatrice neozelandese, una soglia di consumo regolare che si possa definire priva di rischi. Anche a fronte dei benefici che possono essere ottenuti, sottolineati da precedenti studi, il rischio tumorale sarebbe troppo alto per non tenerne conto.

A questo proposito gli esperti della Otago Medical School riferiscono che il consumo di due unità di alcol al giornoincrementi il rischio di tumore al seno nelle donne di circa il 50%. I morti per patologie tumorali connesse all’assunzione di alcolici sarebbero intorno ai 500 mila, a partire dal 2012, il 5,8% del totale di decessi per questo tipo di malattie.

 
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Bere alcol accelera l’invecchiamento delle cellule secondo studio USA

 

(Articolo di Gianluca Rini tratto dal sito http://www.greenstyle.it/bere-alcol-accelera-invecchiamento-delle-cellule-secondo-studio-usa-228355.html del 27 giugno 2017)

 

Bere troppo alcol rende le cellule più vecchie. Una ricerca condivisa alla riunione scientifica annuale della Società di Ricerca sull’Alcolismo di Denver ha mostrato che le persone che bevono molto sono più a rischio di incorrere in malattie cardiovascolari, diabete e tumori. In particolare si è visto che l’alcol influisce sulla lunghezza dei telomeri, piccole porzioni di DNA che si trovano alla fine dei cromosomi.

I telomeri sono i marcatori dell’invecchiamento e della salutegenerale. Ogni volta che una cellula si replica viene perso un piccolo pezzo di telomero. Quindi queste piccole parti di DNA si accorciano con l’età. Ma alcuni gruppi di telomeri possono diventare più corti per motivi differenti dall’invecchiamento.

Narushisa Yamaky, membro della Clinica di Medicina Universitaria di Kobe, ha spiegato che lo studio dimostra una correlazione tra una lunghezza ridotta dei telomeri e il consumo di alcol.

Gli autori dello studio hanno reclutato 255 partecipanti tra i 41 e gli 85 anni e hanno raccolto numerose informazioni. Alcune persone avevano l’abitudine di bere alcol, altre non ne consumavano. Analizzando i dati e dei campioni di DNA i ricercatori sono giunti alle conclusioni.

Sono state trovate anche delle associazioni tra l’accorciamento dei telomeri e la carenza di tiamina, la vitamina B1. Questa vitamina è implicata principalmente nel processo di respirazione cellulare. Una quantità ridotta di tiamina può causare danni ai neuroni.

Anche se è poco chiaro come agisca nel causare alterazioni neurali, è evidente che lo stress ossidativo determinato dall’alcol possa provocare l’accorciamento dei telomeri e quindi possa causare anche la morte dei neuroni.

 
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Festa Acat “Castelscaligero” 25 giugno 2017

Domenica 25 giugno 2017, dalle ore 10.30, presso le Colonie Elioterapiche in Località Borghetto di Valeggio sul Mincio (Vr)

si terrà una giornata di festa per le famiglie, organizzata dall’Acat “Castelscaligero” di Villafranca (Vr)

 

 

cartolina acat villafranca castel scaligeri liberati dall'alcol

 

L’evento sarà aperto a tutti i soci dei vari Club, famigliari, amici e simpatizzanti. Per tutta la giornata si potrà divertirsi assieme, socializzare e degustare aperitivi analcolici.

 

Pranzo all’aperto, dolci offerti dai volontari, pomeriggio con possibilità di passeggiate nella natura, animazione e musica.

La quota di partecipazione è di 5 euro a persona, da versare al proprio Servitore Insegnante, entro il 20 giugno 2017.

 
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Canicattì, successo per la presentazione del libro di Letizia Drogo sul rapporto tra giovani e alcol

 

(Articolo tratto dal sito http://www.canicattiweb.com/2017/05/28/canicatti-successo-per-la-presentazione-del-libro-di-letizia-drogo-sul-rapporto-tra-giovani-e-alcol/ del 28 maggio 2017)

 

Ha riscosso grandissimo successo la presentazione del libro “Per non berci la vita – I ragazzi e l’alcol: riflessioni, indagini ed alternative possibili” di Letizia Drogo, psicologa e psicoterapeuta che tocca il delicato tema del rapporto tra l’alcol e i giovani.
Di fronte a decine di studenti provenienti dall’II. SS. “Galileo Galilei” – Canicattì e dall’I.C. “Senatore Salvatore Gangitano” di Canicattì, accompagnati dai rispettivi docenti, si è sviluppato un dibattito a 360° al quale hanno contribuito diversi relatori.
Dopo i saluti del presidente dell’Associazione Athena Giovanni Salvaggio e l’intervento di due esponenti del Club delle Mamme, la presidente Mirella Salerno Guccione e Chiara Farruggia, il Responsabile Sanitario Mariella Di Grigoli ha introdotto e moderato i successivi interventi: l’Avv. Patrizia Amato si è soffermata sulle conseguenze penali della guida in stato di ebbrezza; il Direttore tecnico della Juventus Academy Diego Ficarra ha parlato del ruolo fondamentale dello sport quale veicolo per superare le devianze; Don Massimiliano D’Auria, il quale ha esordito affermando “Questa è la Canicattì che mi piace, la Canicattì che voglio”, ha illustrato ai ragazzi presenti come il vero divertimento è quello che si vive lontano dagli eccessi.
Non sono mancati momenti di riflessione, come quelli offerti dai ragazzi della III A dell’I.C. Gangitano, accompagnati dalla Prof.ssa Melania Curto che hanno realizzato una toccante performance teatrale (visibile sulla pagina facebook dell’Associazione) che ha commosso il pubblico presente; uno di loro, il giovanissimo Flavio, ha poi voluto leggere una propria riflessione sul valore della vita e sulla necessità di proteggerla da ogni tentazione. Anche i ragazzi dell’Istituto Tecnico Galilei, accompagnati dalla Prof.ssa Patrizia Marchese Ragona hanno partecipato all’evento ponendo alcune domande all’autrice del libro.

 
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Se lo smartphone diventa una droga

 

(Articolo di Enrico Caporale tratto dal sito http://www.lastampa.it/2017/05/18/cultura/scuola/e20/attualita/giovani-e-smartphone-/se-lo-smartphone-diventa-una-droga-AF9AjIVeGnlhGQZ4DpNAMN/pagina.html del 19 maggio 2017)

 

Sempre più giovani vivono prigionieri dei social network e gli esperti paragonano la dipendenza dai cellulari all’alcolismo. La tecnologia, dopo aver rivoluzionato il modo di comunicare, sta diventando un pericolo? E che cosa si può fare per correre ai ripari?

Ottanta ragazzini di terza media senza il cellulare per 48 ore. E’ l’iniziativa messa in campo ad aprile 2017 da alcuni insegnanti dell’Istituto Comprensivo di Goito, Comune nella provincia di Mantova, per accendere un faro su quella che sta diventando una vera e propria emergenza: la dipendenza da smartphone. Prima di iniziare l’esperimento i professori hanno consegnato un questionario. Alla domanda sulla quantità di ore perse sul telefonino si è scoperto che la maggior parte dei ragazzi ne trascorre tra le due e le quattro al giorno. Troppo? Per il professor Luca Bassani, il primo ad avere avuto l’idea delle 48 ore di “disintossicazione”, certamente sì. I giovani attraverso lo smartphone chattano, scattano foto, ascoltano musica, navigano su Internet e giocano eterne partite a Minecraft, Clash Royale o Pokemon Go. Lo stesso che spesso ripetono a casa di fronte a tablet e Pc. Fatto l’esperimento, gli insegnati hanno registrato i risultati. Il dato più significato è che i ragazzi hanno raccontato di aver recuperato in quei due giorni abitudini perdute, come uscire con gli amici, discutere in famiglia e persino leggere. Ma che cosa ci insegna il caso di Goito? La tecnologia, dopo aver rivoluzionato il modo di comunicare, sta diventando un pericolo? E che cosa si può fare per correre ai ripari?

Secondo David Greenfield, professore di psichiatria all’Università del Connecticut, “l’attaccamento allo smartphone è molto simile a tutte le altre dipendenze, perché causa interferenze nella produzione della dopamina”, il neurotrasmettitore che regola la ricompensa: in altre parole incoraggia le persone a svolgere attività che credono possano dare piacere. L’esperto di marketing e autore di diversi libri motivazionali Simon Sinek paragona la dipendenza dalla tecnologia all’alcolismo. “Nei momenti di stress i Millenials non si rivolgono a una persona – spiega -, ma a un dispositivo elettronico e ai social media, i quali offrono un sollievo temporaneo”. I ragazzi, ma sempre più spesso anche gli adulti, sarebbero quindi incapaci di raggiungere una vera gratificazione relazionale, perché rinchiusi nel mondo filtrato di Facebook, Instagram e WhatsApp. Uno studio dell’università ungherese Lorand Eotvos mostra come i giovani privati del telefonino diventano nervosi, manifestano segni di stress, agitandosi o toccandosi parti del corpo, e il loro battito cardiaco aumenta. Ciò dimostrerebbe l’esistenza di una forma di attaccamento al cellulare, proprio come quella che si prova verso partner, parenti o amici. Il telefonino, infatti, non è più soltanto uno strumento utilizzato per chiamare e ricevere, ma rappresenta l’insieme delle connessioni sociali di un individuo. E senza ci si sente perduti.

Una buona notizia però c’è: sul New York Times, evidenzia il giornalista Mattia Feltri, “è uscita un’inchiesta secondo cui nell’ultimo decennio gli adolescenti americani hanno progressivamente ridotto il consumo di sigarette, alcol e droghe in perfetta coincidenza con la proliferazione imperiosa di tablet e smartphone”. “Pare che i social network – scrive ancora Feltri – appaghino il desiderio di una vita propria e indipendente più di una sbronza di gruppo. Sarà comunque una dipendenza, ma certo meno inquietante”. In ogni caso tra genitori e insegnanti c’è anche chi crede che un uso virtuoso degli apparecchi elettronici, magari in classe e dopo corsi di educazione digitale, è possibile.

“Chi comprerà l’iPhone non potrà più farne a meno”, annunciavano i guru dell’hitech al debutto, nel 2007, del primo smartphone targato Apple. Da quel successo è nata l’economia delle app, cavalcata da colossi come Facebook e Twitter, progetti rivoluzionari come Airbnb e Uber, che hanno stravolto il modo di viaggiare e comunicare. Fino a diventare parte essenziale delle nostre vite. E per molti un problema. Secondo i dati del “Digital in 2017 Global Overview”, il report che ogni anno fotografa la Rete nel mondo, il tempo trascorso dagli italiani sui social media è di circa due ore al giorno e il Paese si conferma tra quelli con la più alta penetrazione di telefonini rispetto alla popolazione mondiale, con un tasso dell’85%. Charles Chu, giornalista di Quartz, ha calcolato che nel tempo che spendiamo sui social network in un anno potremmo leggere ben 200 libri. Ma non è tutto. Una ricerca pubblicata sulla rivista Archives of Sexual Behavior, che ha monitorato l’attività degli statunitensi sotto le lenzuola tra il 1989 e il 2014, ha registrato un calo vertiginoso dei rapporti sessuali tra le giovani coppie, dove anche il piacere è sempre più virtuale. “Il sesso è bello – scrive Federico Taddia su La Stampa – ma può aspettare. Prima c’è Facebook, un Pokemon da acchiappare o Instagram da aggiornare”. Un consiglio per i ragazzi? Spegnere ogni tanto i telefonini come hanno fatto gli studenti di Goito e guardarsi negli occhi, parlarsi, toccarsi, ascoltare.