A.C.A.T. Villafranca "Castel Scaligero"

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Archivio Categoria: Gioco d’azzardo

Il gioco patologico

Il gioco d’azzardo patologico divora ogni anno cento famiglie

 

(Articolo di Paola Malcotti tratto dal sito

http://www.ladige.it/territori/basso-sarca-ledro/2015/12/03/gioco-dazzardo-patologico-divora-ogni-anno-cento-famiglie del 03 dicembre 2015)

 

Ogni anno cento nuove famiglie. È un numero da brividi quello delle persone interessate dalla piaga del gioco d’azzardo che si rivolgono ai centri di ascolto di Rovereto e Riva chiedendo un aiuto ed un sostegno, e che vengono indirizzate all’avvio di un percorso di allontanamento dalla dipendenza e di rieducazione all’utilizzo corretto e consapevole del denaro.

Un numero impressionante, che se accostato a quello dei 15mila ludopatici accertati in tutto il Trentino e dei circa 600 milioni di euro bruciati in provincia ogni anno nel gioco d’azzardo (nel 2014 sono stati 570 milioni di euro, la metà di quanto impegnato per sostenere i costi d’ambito sanitario, l’ottava parte del bilancio complessivo di Piazza Dante) rende l’idea della misura di questo fenomeno patologico, ancora troppo sottovalutato ma che in forma silente sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti anche nelle nostre comunità.

Ad allarmare sono però oggi più che mai i dati relativi alle ludopatie tra i giovani: negli ultimi 12 mesi il 64% degli studenti ed il 50% delle studentesse della nostra provincia ha giocato almeno una volta a poker, slot machines, videolottery, o acquistato un gratta-e-vinci; di questi, il 12% risulta essere giocatore abituale mentre il 26% è definito «a rischio».

I bar, le tabaccherie, le sale scommesse autorizzate, i luoghi più subdoli e critici, in quanto accessibili e sprovvisti di controlli e di limiti, cui si aggiungono quegli spazi domestici a torto considerati al sicuro dall’azzardo, come l’abitazione dell’amico – dove è possibile giocare a carte pur evitando i luoghi pubblici, o quella stanza di casa propria in cui è sistemato il computer – dal quale in ogni momento è possibile accedere alle versioni online.

Ecco perché la Cassa rurale di Ledro, particolarmente sensibile al tema della prevenzione e del contrasto di questa vera e propria piaga, ha organizzato una serata informativa al Centro culturale di Locca, con la proiezione del cortometraggio di Lucio Gardin «Diario di una trappola». Il video, realizzato con la partecipazione di Annalisa Morsella e recentemente premiato a Roma per qualità e contenuti, permette infatti di riflettere sul fenomeno del gioco d’azzardo e sui suoi possibili risvolti sociali, culturali e sanitari, proponendosi come strumento di sensibilizzazione e antidoto rispetto ad un pericolo sempre più incombente.

Premio ai medici che assistono giovani

Un premio ai medici che assistono giovani con problemi di droga

 

(Articolo di e.b.a tratto dal sito http://nuovavenezia.gelocal.it/venezia/cronaca/2015/12/02/news/un-premio-ai-medici-che-assistono-giovani-con-problemi-di-droga-1.12552595 del 02 dicembre 2015)

 

 

CAVANELLA. Un premio per medici e operatori sanitari che assistono giovani con problemi di droga, alcolismo e dipendenza dal gioco di azzardo. Lo ha indetto un genitore di Cavanella dopo aver perso il figlio per gravi problemi di dipendenza, prima dagli stupefacenti e poi dall’alcol.

«Ho vissuto in prima persona questo dramma», racconta l’anziano che preferisce rimanere anonimo, «conosco le sofferenze e le speranze di un genitore spesso impotente di fronte a una patologia che non faceva intravvedere, nonostante varie peregrinazioni in comunità di recupero, periodi di astinenza, travagliati ricoveri ospedalieri diversi, sensibili miglioramenti. Il declino di mio figlio è stato progressivo e inesorabile fino alla morte che è arrivata a soli 46 anni. Nel nostro peregrinare ho però conosciuto anche molti medici e educatori preparati, sensibili, generosi e proprio per mettere in evidenza questo loro lodevole impegno e la loro carica umana servizio ho pensato a questo premio». Il premio consiste in una coppa in vetro artistico di Murano, firmata da un maestro vetraio, e in una targa con parole di riconoscenza.

Quest’anno il riconoscimento andrà al professor Alfio De Sandre, primario del reparto di alcoologia all’ospedale di Auronzo e responsabile del Ser.D di Belluno. La cerimonia di premiazione si terrà domenica all’auditorium Saccenti di Adria durante l’Interclub regionale in programma dalle 8.30 alle 12.30.

Italiani e gioco d’azzardo

Italiani pazzi per il gioco d’azzardo. Non solo slot: ogni anno 2 miliardi di ‘Gratta e vinci’

 

(Articolo di Luca Sappino tratto dal sito http://espresso.repubblica.it/palazzo/2015/11/09/news/italiani-pazzi-per-il-gioco-non-solo-slot-ogni-anno-2-miliardi-di-gratta-e-vinci-1.237932 del 0 novembre 2015)

 

La legge di Stabilità aumenta le tasse sulle macchinette, ma sana quelle irregolari e rinnova tutte le concessioni. E mentre le opposizioni preparano gli emendamenti, il Ministero fornisce i dati sui giochi da ‘grattare’, con cifre da capogiro.

 

Anche in questa legge di stabilità la voce “giochi” ha il segno più. Quelle di chi gioca d’azzardo sono tasche a cui non si smette di attingere, inventando nuovi giochi (sono 57 i diversi “gratta e vinci”, 11 le lotterie, cinque i giochi tipo Superenalotto), facendo pubblicità, tassando un po’ di più chi gestisce il mercato. Ed è questa, in particolare, la via scelta dal governo Renzi (che punta a raccogliere così 600 milioni di euro in più), che però ha anche scelto, come contropartita per gli operatori delle slot, di rinnovare tutte le concessioni in scadenza e di sanare circa 5mila negozi, centri scommesse, o corner irregolari.
 
È in questo quadro che durante un recente question time alla Camera, il ministero dell’Economia e delle Finanze ha reso pubblico un dato abbastanza sconcertante che riguarda però i “gratta e vinci”, all’apparenza così meno voraci delle slot. Con un’interrogazione a risposta immediata il deputato di Sinistra italiana, Giovanni Paglia ha chiesto al governo: «Quanti sono i biglietti del tipo “Gratta e Vinci” venduti negli anni 2012, 2013 e 2014?». Il ministero ha così contato: gli italiani nel 2012 hanno ‘grattato’ 2 miliardi, 98 milioni e 187mila tagliandi, di ogni forma e colore; giusto poco meno nel 2013, quando la speranza ha preso la forma di un miliardo e 970 milioni cartoncini; scesi ancora nel 2014 a un miliardo e 904 milioni.
Gli italiani, dice ancora il ministero, hanno speso quindi tra i 9 miliardi e 799 milioni di euro del 2012 e i 9 miliardi e 400 milioni del 2014, con una leggera contrazione ampiamente compensata dalle altre infinite possibilità, con una spesa procapite (denuncia ancora Paglia) passata dai 355 euro del 2001 ai 1400 euro nel 2012. Le tentazini d’altronde si sono moltiplicate, così come i luoghi di vendita, che sono bar, autogrill, tabaccherie, edicole, e ormai anche le Poste.
 
Per lo Stato, quello delle cosiddette “vincite istantanee” è dunque un buon business, che frutta ogni anno più o meno un miliardo e mezzo di euro, al netto di quanto destinato per legge nelle vincite. E prende così un’altra luce, un po’ meno divertente e goliardica, la recente storia subito rimbalzata sui social dei due sposini che hanno chiesto per regalo di nozze solo “gratta e vinci”, di quelli della serie “Turista per sempre”, grattandone 5mila e collezionando vincite per mezzo milione di euro.
 
La legge di stabilità, però, non si pone il problema. Interviene solo sulle slot, alzando – come detto – la tassazione, con il prelievo erariale unico (il Preu) che passa per le Newslot dal 13 per cento al 15, e per le Vtl (le macchine di nuova generazione in cui, oltre alle monete, si possono inserire banconote) dal 5 per cento al 5,5.
 
Molti emendamenti propongono di alzare ancora un po’ la tassazione, e si vedrà nelle prossime settimane come andrà a finire. C’è poi la legge presentata dai Cinque stelle, primo firmatario Luigi Di Maio, che punta a vietare la pubblicità, e un emendamento ancora alla legge di stabilità, firmato da Sel, che propone che sia la Rai, in attesa che il parlamento prenda in esame la proposta Di Maio, a rinunciare agli introiti pubblicitari di giochi e scommesse.

 

«Una dipendenza come l’alcol e la droga»

«Una dipendenza come l’alcol e la droga»

 

(Articolo di Marco Bisiach tratto dal sito http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2015/11/04/news/una-dipendenza-come-l-alcol-e-la-droga-1.12388648 del 04 novembre 2015)

Don Franco Gismano: «Sbagliato legare il nostro futuro a una vincita».

«Il gioco d’azzardo? Non va demonizzato in assoluto, ma è importante lavorare sull’educazione e sulla responsabilizzazione delle persone». Ne è convinto don Franco Gismano, teologo morale della Curia di Gorizia, che commenta così il costante aumento di appassionati del gioco a Gorizia e nell’Isontino. «Io credo che il vero problema sia recuperare il valore del presente e della quotidianità – dice don Gismano -. Nel gioco d’azzardo ci sono essenzialmente due componenti. Da un lato la volontà di assicurarsi un futuro migliore, attraverso una vincita, dall’altro la dipendenza che deriva dalle sensazioni che il gioco ci procura. E questo è l’aspetto senza dubbio più delicato, perché ha a che fare con le debolezze che spesso sono dentro di noi. Ma è sbagliato pensare che il nostro futuro sia legato ad una fortuna, ad una vincita. Bisogna invece recuperare coscienza del fatto che solo gli sforzi quotidiani e l’impegno possono costruire il futuro». Peraltro, in tal senso, l’azzardo è la negazione stessa dell’impegno quotidiano, visto che in pochi istanti possiamo mandare in fumo con una giocata o una scommessa quando è stato guadagnato con sudore in giorni e giorni di lavoro.

«In tal senso l’azzardo è deresponsabilizzante – dice don Gismano -. Ma non è il gioco in sé a dover essere demonizzato. Contano sempre le proporzioni, in modo in cui ci avviciniamo al fenomeno. Non c’è nulla di male magari a tentare la fortuna comprando un biglietto della lotteria. Ma se invece affidiamo le nostre energie e le nostre speranze all’azzardo, ripetutamente, allora finiamo per cadere nella dipendenza, che non è diversa da quella per l’alcool o per la droga». La pensa così anche la medicina, come conferma la dottoressa Patrizia Lenassi, psicologa che in passato ha collaborato anche con il Servizio per le dipendenze. “La dipendenza dal gioco è una patologia che possiamo assimilare a quella dall’alcool, dal fumo, da Internet – dice -. Chi ne è affetto prova l’impulso irrefrenabile a giocare, senza nemmeno riceverne una reale gratificazione”. Sono spesso gli uomini a soffrirne, ma si assiste ad un aumento delle donne che hanno problemi con l’azzardo. «Alla base di questo tipo di dipendenza ci sono spesso problemi più profondi radicati nell’individuo – dice ancora la dottoressa Lenassi -, ma possiamo sicuramente dire che il moltiplicarsi delle occasioni di gioco, tra casinò, “gratta e vinci” o slot machines dislocate un po’ ovunque moltiplichi il fattore di rischio. In tal senso credo che una limitazione della diffusioni di tali giochi potrebbe contribuire a ridurre il problema».

Testimonianza di un giocatore d’azzardo

«Io, finito all’inferno mi batto contro il gioco, droga legale»

 

(Articolo di Sandra Mattei tratto dal sito http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/trento/cronaca/2015/11/03/news/io-finito-all-inferno-mi-batto-contro-il-gioco-droga-legale-1.12384285 del 03 novembre 2015)

 

Francesco Fiore incontra gli studenti degli Artigianelli: «Da soli non si guarisce, si istituisca la figura del tutor»

TRENTO. La campagna contro la dipendenza dal gioco d’azzardo inizia soprattutto dalla scuola. In provincia molto è stato già fatto, con i consigli comunali che si sono schierati contro le slot machine in locali vicini a luoghi sensibili come scuole e biblioteche, con la raccolta di firme lanciata dal nostro giornale per promuovere una legislazione più aggiornata e severa, con percorsi ed iniziative che hanno coinvolto i giovani (come il concorso “Arti vs azzardo – Arts against gambling”) per sensibilizzare sui rischi del gioco d’azzardo.

Anche la scuola si è attivata per informare fin dalla giovane età sui rischi di chi pensa di poter controllare la passione del gioco, e poi può finire in una vera e propria dipendenza: la ludopatia. E ieri, all’Istituto Artigianelli di Trento, si è tenuto un incontro con un ex giocatore patologico, Francesco Fiore, all’interno di un percorso con i ragazzi della IV, indirizzo tecnico grafico multimediale, coordinato dal professore Paolo Holdneider. La classe ha partecipato alla realizzazione di un video ed ha disegnato il marchio etico che distingue i bar che si oppongono alle slot machine.

Francesco Fiore è un fiume in piena. Che trasmette il dramma di chi ha perso tutto per la dipendenza da gioco e che è riuscito a guarire con costi altissimi, sia materiali che psicologici. E che ora si è posto un obiettivo: «Lo Stato deve attivare percorsi di recupero ed istituire una figura professionale di tutor che accompagnino i giocatori compulsivi, che sostengano loro e le famiglie. Perché da soli non ce la possono fare». Francesco Fiore ripete questi concetti nelle apparizioni televisive, che sono diventate frequenti dopo la sua partecipazione al docufilm «Vivere alla grande» di Fabio Leli. Nell’incontro con gli studenti, ripercorre la sua esperienza perché, dice, possa essere un esempio per chi si trova nella sua stessa situazione e per dimostrare che uscire dalla ludopatia si può.

«Quando un giocatore è malato – spiega ai giovani che l’ascoltano attentamente – è perché c’è un malessere di fondo. È come un bambino che fa la pipì a letto: punirlo non serve, va capito. E va curato. Da solo non può farcela, per questo è chi gli sta vicino che deve intervenire. Io sono riuscito a venirne fuori perché ho avuto i genitori che mi hanno aiutato. Quando ho chiesto aiuto, mi telefonavano decine di volte al giorno per controllarmi, per assicurarsi che non ricadessi, tornando a giocare». Certo, i costi di questa passione, che per Francesco è iniziata quando era giovanissimo, a 18 anni, sono stati alti. «La dipendenza mi ha fatto perdere mia figlia – racconta – perché la madre ha chiesto la separazione ed è tornata a vivere in Slovacchia. Per anni ho rovinato la mia vita e quella dei miei familiari. Tutto quello che guadagnavo lo giocavo alle slot. E quando perdevo, prendevo anche i soldi che mia moglie teneva a casa, per le spese quotidiane, per pagare le bollette». Francesco, che vive a Altavilla Vicentina ed ha un’agenzia immobiliare, ha un debito di 30 mila euro con Equitalia. «Ho giocato per anni – risponde ai ragazzi che gli chiedono come ha iniziato – stando davanti alle machinette anche otto ore. Ho iniziato perché quando fai delle vincite ti senti bene, ti prende il cervello. È una vera e propria droga, non solo psicologica, ma fisica. E come tale bisogna disintossicarsi. Il problema è che lo Stato specula sul gioco, perché lo promuove e lo diffonde. Insomma ne fa una droga legalizzata». Come è scattata la decisione di smettere, chiediamo. «L’ho fatto – risponde Francesco – quando ho sentito piangere mia figlia. Perché ora è distante 800 chilometri, ed io non ho soldi per andare a trovarla e vederla come vorrei».

Francesco Fiore ha smesso di giocare da due anni e ribadisce: «Sono sceso all’inferno. Ho perso le persone care, gli amici e sono finito nelle mani degli usurai. Io combatto contro l’ipocrisia di uno Stato che fa passare il gioco come un divertimento, ma c’è dietro un giro d’affari enorme. Una droga legalizzata».

I 7 sintomi del gioco d’azzardo patologico e come curarlo

I 7 sintomi del gioco d’azzardo patologico e come curarlo

 

(Articolo di Matteo Perez Gasga tratto dal sito http://www.marieclaire.it/Benessere/salute/Ludopatia-e-gioco-d-azzardo-quali-sono-i-sintomi-e-come-curarsi del 21 ottobre 2015)

 

Euforia, ansia, pensiero magico: i segnali della dipendenza sono subdoli. La legge di stabilità porterà 22mila nuovi punti scommesse e i medici lanciano l’allarme.

Nuovi centri scommesse, nuove licenze, 15 mila agenzie e 7 mila corner. La polemica infuria, le associazioni insorgono per i provvedimenti sul gioco d’azzardo previsti dalla Legge di Stabilità. 22 mila “nuovi” possibili luoghi destinati, secondo le critiche politiche, ad aumentare il disturbo ossessivo compulsivo da ludopatia. Negli ultimi anni, complice la crisi economica e la diffusione delle macchine da gioco in molti bar, il problema è aumentato in maniera imprevista, generando situazioni di emergenza-povertà nelle fasce della popolazione più colpita dalla congiuntura, pensionati e giovani disoccupati in testa.

Ma come si può comprendere se si sta giocando troppo? Quali sono i sintomi che ci devono far capire che stiamo esagerando? Quali sono le terapie migliori per uscire da una dipendenza dal gioco? Lo abbiamo chiesto a Giampaolo Perna, psichiatra, direttore e fondatore del Cedans di Milano, Centro Europeo per i disturbi d’ansia ed emotivi: «Una slot machine, una sala giochi o un Casinò non “generano” questo tipo di disturbo, ma certamente lo “attivano” in persone che sono predisposte verso queste dipendenze ossessivo-compulsive. Quindi non va bene demonizzare il divertimento offerto da questi locali, ma non bisogna nemmeno sottovalutare la tentazione per soggetti a rischio». Perna elenca 7 segnali da tenere d’occhio su se stessi o sui propri familiari. Eccoli:

SINTOMI

1) Incapacità di resistere a continuare a giocare, anche se si è consapevoli del fatto che si possono perdere tanti soldi.

2) Tendenza a trascurare sempre di più le aree importanti della propria vita: studio, lavoro, famiglia, affetti.

3) Continuo riportare il pensiero alle esperienze passate, ai ricordi di grandi vincite, un loop definito “pensiero magico“.

4) Bisogno costante di aumentare la posta, per soddisfare l’impulso al gioco.

5) Comparsa di sintomi come irascibilità, nervosismo, insonnia se non si riesce a soddisfare il bisogno.

6) Reazioni di accanimento irragionevole dopo una perdita che innesca un continuo bisogno di denaro. Insistenza nel sentirsi coinvolti in una situazione di gioco d’azzardo.

7) Distorsione della realtà, bugie patologiche a tutta la propria rete sociale e familiare, inganni, fino ad arrivare a piccoli furti o truffe.

TERAPIA

1) Riconoscere il problema, come sempre, è il passo più importante. Ma anche il più difficile, è dunque qui che può entrare in gioco l’amico, il collega o il familiare. «l’Italia dal punto di vista delle strutture di aiuto e autoaiuto ha lavorato abbastanza bene negli ultimi tempi», dice Perna, «le realtà di supporto non mancano e hanno anche una buona visibilità sia online che nella rete dei medici».

2) Cure farmacologiche: la ludopatia appartiene alla categoria del disturbo compulsivo che è stato dimostrato essere strettamente correlato alla produzione della serotonina, ovvero la sostanza che regola il nostro umore. Per fortuna oggi esistono farmaci in grado di liberare serotonina e quindi riportare equilibrio. Un primo trattamento sarà dunque di questo tipo.

3) La cura farmacologica è una stampella e non si può sempre camminare con le stampelle. Subito, quindi, questa terapia dovrebbe essere affiancata da un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale, estremamente mirata al singolo problema. Le terapie di questo tipo sono in grande espansione, generalmente sono composte da cicli di 10-15 sedute e non hanno lo scopo di sviscerare le malefatte dei nostri genitori come farebbe la psicanalisi tradizionale, ma di neutralizzare il sintomo con la precisione di un razzo teleguidato.

In nome dei suoi uomini (lettera disperata sul gioco d’azzardo)

In nome dei suoi uomini (lettera disperata sul gioco d’azzardo)

 

(Articolo di Simone Feder tratto dal sito http://www.articolo21.org/2015/10/in-nome-dei-suoi-uomini-lettera-disperata-sul-gioco-dazzardo/ del 04 ottobre 2015)

 

Oggi diamo voce ad una mamma, ad una moglie, ad una donna che si vede costretta a combattere su un campo di battaglia che lei non ha scelto, per salvare i suoi uomini dalla disperazione.

Fino al 7 gennaio dell’anno scorso mio figlio ha sempre pensato di vivere in una famiglia bella e serena, era all’oscuro di tutta la situazione, non sapeva neppure cos’erano le slot e l’azzardo e, anche se l’avesse saputo, penso che sarebbe stato disposto a mettere una mano sul fuoco riguardo al proprio padre, il suo idolo, il papà che tutti vorrebbero, quello che ti sfida ai videogiochi, che gioca con te a tennis, che ti porta al corso e a vedere i tornei, che ti aiuta nei compiti e ti consola quando sei triste… insomma, ai suoi occhi (a dire il vero anche ai miei), il padre perfetto.

Purtroppo, però, a gennaio è successa la tragedia! Come in un film, in una sola sera ha capito cosa sono le slot, che cos’è l’azzardo, ha sentito che suo padre ha tentato il suicidio, ha visto che l’ho sbattuto fuori casa, ha visto suo papà piangere come un bambino e supplicarmi di non cacciarlo.

Sapete quanto è difficile spiegare a un bambino di 10 anni che suo ci ha raccontato un sacco di bugie, che ci ha sottratto tempo e attenzioni e che ci ha lasciato con 700 euro sul conto? Che, se non fosse stato per l’aiuto affettivo ed economico dei nonni, la mamma avrebbe dovuto fare scelte estreme, del tipo: ti do’ da mangiare o pago il riscaldamento? Pago la mensa scolastica o tutti i giorni vai a scuola con un panino? Non puoi neppure praticar il tuo sport preferito perché quei soldi servono per altro. E non è finita qui, figlio mio, perché da oggi siamo l’argomento preferito di tutto il paese. Qualcuno capirà, ma altri no. E dovremo comunque difenderci e andare avanti!
Nei giorni successivi ha sofferto per la mancanza del papà, in tutta la situazione vedeva me come la “cattiva” perché non volevo più che papà tornasse a casa con noi. E su questo erano d’accordo anche i nonni, quelli che vogliono sempre il massimo per lui. Quasi giustificavano lui e non me!

Poi ha capito che, nonostante tutto, poteva vederlo tutti i giorni. Dopo il lavoro Pietro veniva un paio d’ore a casa per stare con lui e il sabato e la domenica andava con papà. Ma in proposito è subentrato un altro tipo di sofferenza, quella del distacco. Nei momenti in cui era con il papà continuava a guardare l’orologio facendo il conto alla rovescia!

Inoltre, il sabato e la domenica era felice di stare tutto il giorno con lui, ma stava male al pensiero di sapermi a casa da sola, per cui ogni ora di telefonava con qualche scusa! Poi, quasi tutte le sere mi vedeva piangere disperata, lui cercava di fare l’uomo di casa, di trattenersi e non crollare anche lui. Anzi, mi consolava dicendomi: su dai, coraggio, adesso papà va da Simone, così poi se guarisce torna a casa. Vero che se guarisce tu lo vuoi ancora, così stiamo tutti insieme?

A scuola si è chiuso in sé stesso, era pensieroso, sempre con la testa fra le nuvole, cercava di evitare l’argomento con chiunque e teneva tutto dentro, non si sfogava nemmeno con i suoi nonni per paura di farli star male. Anzi, in ultimo fingeva anche con le insegnanti e i compagni, dicendo che suo papà era ritornato a casa, anche se non era vero. Una volta ho trovato la brutta copia di un tema in cui scriveva che era triste, che aveva in testa brutti pensieri, che stava molto male. Poi, come per magia, nella bella copia ho trovato scritto il contrario. Era il suo modo per non darmi ulteriori pensieri, sapeva benissimo che avrei controllato i suoi quaderni.

Poi non vi dico la gioia che ha provato quando ha saputo, dopo 3 mesi circa, che papà poteva tornare a casa, naturalmente rispettando determinate regole, come quella di non giocare con lui alla wii. Ho visto mio figlio diventare un ometto in un attimo, da allora ci ha aiutato tantissimo, anche se ha tanta voglia non ha mai chiesto al papà di fare una gara ai videogiochi né di giocare a carte. Mi aiuta a controllare gli scontrini, va insieme al papà a fare benzina e a comprare le sigarette, senza mai perderlo di vista. È buffo da dire, ma si sono invertiti i ruoli, è il figlio a curare il padre.

È interessato all’argomento azzardo, ascolta le trasmissioni che parlano di questo, legge articoli e vuole fare qualcosa per gli altri bambini che come lui hanno sofferto! […] Tra tutte le pagine che ho scritto questa è stata la più sofferta e difficile da affrontare, perché non auguro neanche al peggior nemico di vedere mai nel volto e negli occhi del proprio figlio tanto dolore.

La sofferenza non può lasciarci impassibili e farci restare ciò che siamo. Siamo anche noi responsabili di tutto questo. Dobbiamo insieme dire basta, per questa madre, per questo figlio, e per tutte le famiglie che come loro stanno combattendo questa logorante e assurda battaglia!

Dipendenze, da dove cominciare per affrontarle

Dipendenze, da dove cominciare per affrontarle

 

(Articolo di Alessandra Appiano tratto dal sito http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/02/dipendenze-da-dove-cominciare-per-affrontarle/2088644/ del 02 ottobre 2015)

 

Non c’è nulla di più doloroso che veder affondare in un gorgo di autodistruzione una persona amata. Però la sensazione di non essere gli unici a perdere i pezzi della propria esistenza può in qualche modo fungere da medicamento iniziale. Vediamo intanto qualche dato preciso: ci sono ben 300 mila italiani con seri problemi di dipendenza (oltre 200mila alle prese con patologie legate alle droghe, di cui 130.000 legati all’eroina e 40.000 alla cocaina), senza dimenticare piaghe antiche come l’alcolismo e piaghe più recenti come il gioco d’azzardo patologico. Ma ci sono anche 550 servizi pubblici per curare, arginare (e in tanti casi guarire) le dipendenze (i famosi Serd, con un esercito di 7500 operatori tra infermieri, medici, psicologi, assistenti sociali), più un migliaio di comunità terapeutiche sparse in tutto il territorio italiano (con 6000 addetti e centinaia di volontari).

A parte conoscere l’indirizzo del sito www.federserd.it, che cosa può fare un genitore, un marito, un parente o un amico che volesse aiutare chi è entrato nel tunnel della dipendenza? Per esempio sapere che i servizi offerti dai Serd sono totalmente gratuiti (non si paga alcun ticket) e non richiedono alcuna procedura complicata (non serve neppure l’impegnativa del medico curante). E che l’anonimato può essere richiesto e ovviamente rispettato.

Poi: tenere sempre a mente che si può spingere una persona al cambiamento positivo, incoraggiarla verso una svolta costruttiva, ma che la decisione di iniziare la terapia deve essere fortemente voluta e perseguita proprio dalla persona interessata. Perché solo chi capisce da sé l’assurdità di un percorso autodistruttivo può trovare il bandolo della matassa per tornare a occuparsi della propria salute, del proprio lavoro, della propria famiglia (tutti campi che vengono devastati dalle dipendenze e che debbono tornare ad essere coltivati pian piano). La fretta, il voler risolvere tutto subito, non è mai una buona consigliera: a meno di casi di urgenza estrema, di solito passa almeno una settimana per ottenere i primi colloqui (a cui seguiranno oltre una visita medica, una serie di esami che permettono di seguire la storia tossicologica dell’ultimo anno del paziente).

Determinanti gli incontri con lo psicologo e l’assistente sociale, per capire quali sono le necessità legate alla quotidianità, e per stabilire una cura che non passi solo attraverso i farmaci. Fondamentale il lavoro di confronto con gli altri pazienti, perché non sentirsi soli, non colpevolizzarsi come gli unici perdenti in una società di vincenti, è il balsamo migliore per curare le tempeste esistenziali, quelle che possono travolgere chiunque, in qualunque momento.

Perché bisogna sempre rammentare che una società basata sull’indifferenza al dolore altrui, prima o poi schiaccerà anche chi si sente forte e inattaccabile.

In Italia 1.300.000 malati di gioco ma solo 12mila in cura

In Italia 1.300.000 malati di gioco ma solo 12mila in cura

(Articolo tratto dal sito http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/1.300.000-malati-di-gioco-solo-12mila-in-cura-9c528f7e-80c9-4ea3-bb70-4120b570fbbe.html?refresh_ce del 01 ottobre 2015)
In Italia ci sarebbero un milione e trecentomila persone che non riescono a fare a meno di giocare d’azzardo: si chiama ludopatia, è una vera e propria malattia che distrugge le persone e le famiglie.

Li chiamano “giocatori problematici”, sono attorno al milione e trecentomila anche se nella relazione presentata al Parlamento ne hanno dati per certi 850 mila. Hanno tra i 15 ed i 64 anni. Si svegliano la mattina e vanno a dormire la sera con un pensiero fisso: trovare una slot machine, entrare in una sala bingo, puntare su qualcosa, dalle corse dei cavalli a chi vincerà il campionato di cricket nell’Uttar Pradesh. Ogni soldo, anche non proprio, viene sacrificato a questa ossessione, alle scommesse compulsive. Una vera e propria dipendenza, come la droga. Poi ci sono tutti gli altri, e sono 24 milioni quelli che giocano in modo saltuario: un gratta e vince, una schedina enalotto, un biglietto della lotteria. Ci si prova, ma è saltuario e se come è altissimamente probabile non si vince nulla, pace. Per gli altri il gioco, soprattutto da quando è diventato a portata di mouse, sempre disponibile sul proprio cellulare o al computer, è una mania a cui non ci si può sottrarre: in cura presso i centri specializzati in ludopatia ci sono 12.376 persone ma, dice il servizio di prevenzione del ministero della salute, dovrebbero essere tra il mezzo milione ed i 600 quelli che ne avrebbero bisogno urgente, eppure non ci vanno. Proprio come i tossicodipendenti, sono certi di avere in mano la propria vita, di poter smettere quando vogliono, ed invece si ritrovano a bruciare soldi, vita e rapporti in qualche scommessa. Il Ministero sta mettendo a punto nuove linee guida per il trattamento della ludopatia, che adesso prevede una psicoterapia ma anche psicofarmaci, per spezzare il “craving”, la necessità di sentire la scossa adrenalinica, la sensazione di euforia quando si punta. A disposizione ci sono 50 milioni di euro, che appena bastano per i pochi che per adesso sono in trattamento.

Braccialetto per ludopatici

Giochi, arriva il braccialetto “medicina” che controlla “da remoto” i ludopatici

 

(Articolo di Edoardo Spera tratto dal sito http://www.ilvelino.it/it/article/2015/09/10/giochi-arriva-il-braccialetto-medicina-che-controlla-da-remoto-i-ludop/52380938-e69d-43f8-a4ae-cf622670c6fb/ del 10 settembre 2015)

 

L’imprenditore che lo ha inventato: Tutto è partito dopo aver ascoltato amici che si sono rovinati. Il gioco entra nella vita di tutte le famiglie.

Un braccialetto per controllare “da remoto” chi soffre di ludopatia ma si vuole curare. É il brevetto di un imprenditore mantovano nel settore materie plastiche, Mauro Bergamaschi, che ha presentato l’idea nel corso del progetto M’Imprendo, frutto della collaborazione tra il Gruppo Giovani Imprenditori e il Collegio Don Mazza di Padova, che permette a piccoli team di studenti di qualsiasi facoltà di misurarsi nello sviluppo di progetti imprenditoriali, a loro volta frutto di idee innovative di Giovani Imprenditori. “Tutto è nato lo scorso anno quando, dopo aver ascoltato degli amici che si sono rovinati con il gioco d’azzardo, ho pensato a una ‘medicina’ utile per coloro intenzionati a curarsi. E che permetta, a chi fa parte dei centri di ascolto, di essere monitorato a distanza durante il proprio percorso di cura”, spiega Bergamaschi al VELINO. In pratica si tratta di un congegno istallato all’interno di un orologio o di un braccialetto, che consente di controllare il ludopatico nel momento in cui si avvicina alla macchinetta trasmettendo un segnale a chi gestisce il percorso di recupero del paziente. “Attraverso un gruppo di lavoro composto da studenti stiamo finendo in questi giorni il prototipo”, spiega ancora Bergamaschi. “Ma deve diventare operativo entro fine ottobre, scadenza del concorso. Si tratta di una sorta di controllo da remoto a tutela dei ludopatici”.

L’imprenditore spiega che l’hardware è già pronto ed è in fase di ultimazione il software per la gestione dei dati. “Siamo già stati contattati da Asl e i comuni e le province cominciano a chiedere informazioni in merito”. “Anche se è partito tutto come un gioco – prosegue ancora – strada facendo ci siamo resi conto dell’importanza che può avere un progetto del genere nella vita delle persone affette da gioco patologico”. Da smentire l’idea che ad essere colpite sono le fasce della popolazione più deboli: “Dagli studi effettuati non c’è una fascia di popolazione più colpita di altre”, precisa. “Il gioco d’azzardo con i conseguenti effetti patologici entra nella vita di tutte le famiglie italiane, da chi fa impresa a chi rimane in casa a gestire la vita domestica”. Per ora non è stato ancora preso in considerazione l’aspetto meramente economico. “Abbiamo effettuato tutti gli studi del caso con un gruppo di lavoro ma per ora non abbiamo affrontato la questione dal punto di vista del mercato per eventuali sbocchi. Sebbene – conclude – abbiamo iniziato a pianificare i costi per lanciarlo sul mercato tramite le province e le regioni”.

 

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